mercoledì 20 gennaio 2010

Articolo sull'AAM Conference

Il seguente testo è quanto da me scritto per il numero di settembre/ottobre 2009 di Libero Reporter sulla conferenza annuale dell'Associazione Americana dei Musei, tenutasi lo scorso maggio a Philadelphia. Reputo tale articolo interessante in relazione a quanto da me scritto nel documento programmatico per la candidatura.
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“Il pubblico crede nei musei, i visitatori vanno nei musei per apprendere”. Ci piace iniziare con questa frase del presidente dell’Associazione Americana dei Musei (AAM), Ford Bell, che sintetizza la ‘visione americana’ dei musei. In Italia, si è certi (erroneamente) che i turisti o i residenti non vedano l’ora di entrare nei molti depositi di reperti italiani, chiamati musei. E quando si cerca di dare loro un’impostazione che cerchi di assecondare le necessità dei visitatori si grida all’americanizzazione dei musei! E’ recente la rilevante polemica sulla volontà, da parte del Ministro ai Beni Culturali Sandro Bondi, di assegnare un progetto di gestione del sistema museale italiano ad un manager esterno al settore, Mario Resca (la cui provenienza da McDonald Italia ha suscitato nei suoi detrattori ilarità assolutamente fuori luogo).
Ma la frase con la quale apriamo questo articolo dovrebbe invece attrarre l’attenzione dell’antiquato (per responsabili, per strutture, per modalità di fruizione etc) sistema museale italiano. Due punti chiave “il pubblico crede nei musei” e “i visitatori vanno nei musei per apprendere”. Il primo è molto forte in questo periodo di crisi laddove il pubblico americano vede nei musei un punto di riferimento istituzionale e rimangono, sempre secondo Ford Bell, “la sorgente d’informazione in cui la gente crede di più nell’intero panorama civile” e vengono visti, così come dopo l’attentato delle Torri Gemelle, “come luoghi di rassicurazione, respiro e ritiro”. L’altro punto chiave è l’essere “destinazione di apprendimento, di ispirazione, di puro piacere per provare un’esperienza completa”. E tutto questo è ben presente negli operatori e nei responsabili dei musei americani che vedono il loro lavoro come una missione, e dove molte strutture restano aperte solo grazie al prezioso lavoro dei volontari.
La frase iniziale Ford Bell l’ha pronunciata al discorso inaugurale del centotreesimo meeting dell’Associazione Americana dei Musei, tenutosi quest’anno a Philadelphia (ogni anno la città ospite cambia, l’anno scorso era Denver, il prossimo Los Angeles). L’AAM nasce nel 1906 ed attualmente rappresenta più di 15000 professionisti dei musei, 3000 istituzioni e 300 soci corporate. Il meeting annuale è l’occasione d’incontro tra oltre 5000 membri dell’AAM che ‘invadono’ un’intera città e per i quali l’AAM mette in campo un’organizzazione quasi militare, ricca di servizi e di eventi collaterali. I 3 giorni clou dell’evento iniziano alle sette e mezzo con le prime colazioni a tema e finiscono a notte inoltrata con gli eventi serali, sempre organizzati all’interno di musei. Dalle 9 alle 17:30 si svolgono sessioni di 75 minuti, fino a 20 in contemporanea. Ogni sessione ha un moderatore e dai 3 ai 5 relatori. Le sessioni vertono su tutto lo scibile delle tematiche afferenti al settore dei musei, dal piani di gestione delle crisi ai new media, dal marketing al merchandising, dall’e-learning all’archiviazione, dagli studi sui visitatori a nuove forme di esposizione dei reperti e molti altri temi. Le sessioni, che non trattano gli argomenti in modo approfondito (negli USA ci sono conferenze tematiche, molto specialistiche, su ogni argomento) sono orientate principalmente a determinate categorie come ai responsabili marketing o ai curatori o ai direttori dei musei o ai responsabili new media. Quest’anno c’era timore sulle presenze al meeting sia per la crisi in atto, che ha colpito ovviamente anche i musei, che per la coincidenza con i primi casi della nuova influenza, invece tutto è filato liscio e gli iscritti erano puntualmente presenti. Proprio sullo stato di crisi il Presidente dell’AAM è intervenuto evidenziando come i musei si siano sempre preparati a vari tipi di disastri, dagli uragani ai terremoti agli atti terroristici, ci si era però dimenticati di stare in allerta su Wall Street. E’ noto come i musei americani sono a prevalente contributo privato, ed ovviamente, entrando in crisi anche la classe medio alta del paese, tra i primi a soffrirne proprio i musei che si vedono drasticamente diminuire i contributi.
Proprio sugli effetti della crisi sui musei abbiamo discusso con il Presidente dell’AAM, il quale prende atto che ormai i direttori dei musei (o i ‘leaders’, come li definisce lui) devono avere il giusto acume da businessman. Devono curare molto i contributori privati come quelli corporate, devo agire come dei lobbisti e devono essere dei sapienti comunicatori. Il background storico-artistico è importante ma, oggi e per la fase di stallo creatasi, non può esser il solo requisito per condurre un museo. Sempre Ford Bell ci fa notare come si stia lavorando molto, in questo periodo, per far si che aumenti il valore aggiunto che i musei possono apportare alle proprie città ed alle comunità. A tal proposito il sindaco di Philadelphia, nel suo intervento inaugurale del meeting ha dichiarato di essere fortemente impegnato nello sviluppo dell’offerta museale della città, sia per i residenti che per i turisti. E questo dovrebbe servir da lezione per i sindaci italiani, per i vari assessori alla cultura e per i responsabili stessi dei musei, che spesso si concentrano solo sull’aspetto turistico, tralasciando la comunità residenziale.
Un altro aspetto molto interessante del meeting annuale dell’AAM è il coinvolgimento attivo del comitato statunitense dell’Icom (International Council of Museums) che per l’occasione invita ospiti da numerose nazioni (quest’anno, per la prima volta, c’era un rappresentante della Mongolia). L’occasione è propizia per scambi di idee ed esperienze transnazionali, ed una serie di eventi esclusivi sono organizzati proprio per gli ospiti di Icom-US, accolti dalla Presidente Nina Archibald. Questa parentesi internazionale è talmente di rilievo da vedere molto spesso la presenza del Presidente di ICOM Alissandra Cummins e, quest’anno anche del direttore generale Julien Anfruns, uomo che spazia, nelle sue esperienze, dal settore storico a quello finanziario, proprio a conferma di quanto ci ha detto Ford Bell. Peccato che al meeting annuale dell’AAM la presenza italiana sia ridotta ad uno o due rappresentanti all’anno, gioverebbe molto ai musei nazionali una presenza più forte, e non tanto e solo per acquisire nuove conoscenze in determinati settori ma soprattutto per la possibilità, unica, di relazionarsi h24 con i colleghi americani e con quelli di altre nazioni.
Mario Bucolo
Esperto internazionale di Marketing e Comunicazione per i musei
© 2009 Mario Bucolo e Libero Reporter

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